“Tecniciegenitori,lasciatesbagliareipiccoliatleti”
Parla Alessandra Suma, psicologa dello sport: “Oggi i piccoli crollano di fronte all’errore. HaBaWaBa esperienza fondamentale per la loro autonomia”

Lo sono, perché anche a scuola, davanti all’errore, i ragazzini si deprimono. Siamo in una società che ci chiede di essere performanti sempre, anche dal punto di vista estetico. Le bambine prendono ad esempio le donne rifatte sui social, i bambini i loro idoli palestrati. Non si accetta quello che è reale, con le sue imperfezioni. E così succede che, quando fallisco, io perdo la mia identità. Perché la mia identità è legata a valori poco reali, poco concreti. In questa situazione incontriamo due tipi di genitori. Quello iper protettivo, pronto a eliminare qualsiasi tipo di problema dalla strada del figlio: il cosiddetto genitore “spazzaneve”. Se c’è una lite nello spogliatoio interviene subito, senza lasciare al ragazzo la possibilità di lavorare sul conflitto con il proprio pari. Il genitore parla col tecnico o addirittura col presidente, mentre il ragazzo continua a non essere capace di comunicare.
E l’altra tipologia?
È il genitore che ripone nel proprio figlio tutti i propri desideri narcisistici, sopiti e mai realizzati: quelli del "mio figlio deve avere quello che non ho avuto io". È una tipologia che si presenta in diversi modi, con diversi gradi di gravità.
L’allenatore come può relazionarsi con questi genitori?
È importante che coach e genitori capiscano che non sono gli uni contro gli altri, ma che devono lavorare in sinergia. Spesso invece ci si scontra con due posizioni opposte: i coach del "vorremmo tutti atleti orfani" e i genitori dell’ "allenatore è troppo severo". Queste due figure devono invece lavorare insieme perché il ragazzo possa crescere. E lo psicologo dello sport può rappresentare un’importante figura di contatto tra questi mondi. Può aiutare i genitori a formarsi e a conoscere il miglior metodo educativo nei confronti del figlio. Non parliamo di massimi sistemi, ma anche di piccole cose che fanno parte della quotidianità. Ad esempio io dico sempre di lasciare che il proprio figlio si svuoti la borsa da solo: se non lo fa e poi la roba resta là a puzzare, è bene che sia lui a scoprirlo, che il bambino lo sperimenti in prima persona. Così comprenderà le conseguenze delle sue azioni o delle sue mancanze: può sembrare una lezione dura, ma i ragazzi hanno perso la capacità di modificare la realtà affinché sia migliore per loro.
Ci sono luoghi comuni legati al rapporto dei bambini con lo sport?
Il luogo comune per eccellenza è che lo sport è palestra di vita. In realtà lo diventa se viene espletato in una certa maniera, altrimenti si trasforma in un ulteriore amplificatore di situazioni negative. Lo sport non è educativo in sé: conta come lo si fa, come le persone che lavorano nello sport lo utilizzano. Il rischio con un piccolo atleta dotato, ad esempio, è quello di creare il fenomeno che a 9 anni si sente chissà chi e poi al primo confronto con qualcuno più forte crolla: a quel punto abbiamo perso un potenziale talento futuro. Lo sport fa bene se viene usato bene.
All’HaBaWaBa i bambini vivono una settimana con la squadra, senza i genitori, che magari sono presenti al villaggio ma solo come tifosi. Come incide questa novità dal punto di vista psicologico?
È un fattore importantissimo. Vivere una settimana da soli permette di evidenziare tante criticità e capire se il bambino è autonomo o è capace di diventarlo, di prendersi cura di sé. È fondamentale mettere ragazzi e genitori davanti a queste situazioni, permettere ai bambini di stare faccia a faccia con gli altri senza che intervengano la mamma o il papà “spazzaneve”. È un’esperienza formativa, che dovrebbero fare tutti: tutte le società sportive dovrebbero prevedere nel loro programma un’esperienza di questo tipo. Poi all’HaBaWaBa i genitori sono presenti come tifosi e anche in quel ruolo ne ho visti alcuni intervenire parecchio: ecco, per dirigenti e società è importante portare avanti un lavoro di educazione al tifo perché il bambino, anche in acqua, resta sensibile a tutto quello che gli accade attorno e soprattutto ai suoi genitori. I bambini, anche durante la partita, si girano sempre a vedere cosa fanno o dicono i genitori: se attaccano l’arbitro, si sentiranno autorizzati a giustificare uno sbaglio o una sconfitta con l’errore del direttore di gara.
Altra peculiarità dell’HaBaWaBa è il suo contesto multiculturale: che conseguenze ha sul piano psicologico un’esperienza di questo tipo?
Aiuta il bambino ad aprirsi all’integrazione, al diverso, insegna a saper accogliere l’altro e a essere accolto nella sua unicità e identità. È un contesto completamente opposto alla direzione che ha preso la nostra società, soprattutto quella italiana, se si pensa alla relazione che abbiamo con temi come le guerre o la questione dei migranti. L’HaBaWaBa dà l’opportunità di confrontarsi con una realtà che riproduce quella del mondo di oggi, che è interculturale. Oggi è impossibile rimanere chiusi nella propria cultura ed è bello aprirsi alle differenze, imparare dagli altri o anche solo a tollerare gli altri. Al Festival c’era un gruppo di bambini stranieri che facevano casino e i genitori che se ne fregavano, delegando il controllo agli allenatori. È un modo diverso di educare e di guidare: come nelle società occidentali c’è il genitore “spazzaneve”, da altre parti ci sono genitori che dicono “vai e impara”, “vai e prenditi le conseguenze delle cose che fai”. È un modello con cui confrontarsi.
A differenza del passato, oggi la pallanuoto italiana fa fatica ad attirare le bambine: al di là dei problemi sistemici, c’è qualche causa di ordine psicologico?
Non vedo una ragione psicologica, ma semplicemente di promozione della pallanuoto verso le bambine. È necessario incuriosirle maggiormente o superare il luogo comune secondo cui chi pratica sport di questo tipo sia un maschiaccio o abbia un determinato orientamento sessuale. Il calcio, ad esempio, è riuscito a sfatare questo luogo comune. Dovremmo forse rendere le pallanuotiste più vicine alle bambine in modo che queste possano appassionarsi e identificarsi, far arrivare al pubblico le storie di queste atlete, come è stato fatto ad esempio con il film sul Settebello. Perché gli atleti sono persone ed è importante utilizzare questa consapevolezza per permettere alle bambine e ai bambini di identificarsi e potersi avvicinare a loro e allo sport.
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